lunedì 16 giugno 2014

Note su Bayle e sul carattere progressivo della ragione (i confini mobili tra "foi" e "raison") (tratto dal libro del 1990)




l. - ll«Libro delle comete»


Preambolo

Bisogna distinguere la cronologia del pensiero filosofico, o me­glio il pensiero della cronologia del pensiero filosofico, dal pensiero (fi­losofico). 
Il pensiero, comunque, non dovrebbe dichiararsi disposto a farsi da cronologia... 



Descrizione del «Libro delle comete»

Ritorno, parlando di Bayle, ad alcuni anni fa, quando avevo letto in un romanzo una considerazione nella quale il protagonista, forse l'autore, addebitava alla propria educazione religiosa il fatto di avere pensato una volta, cimentandosi in una breve corsa, qualcosa come: «Se arriverò a quel lampione prima che sopraggiungano tre automobili, vuol dire che in giornata concluderò quell'affare». 
In un primo tempo una riflessione così fugace (una connessione mentale così rapida fra un modo di dire, un gesto e l'idea di educazio­ne), che pur si era ben impressa nella mia mente, non mi era risultata molto chiara, benché, come non avrei tardato a constatare, quel genere di scommessa con sé stessi ben si addicesse alla mia condotta; ma pro­prio a ciò, avrei compreso meglio in seguito, ovvero al fatto che si trat­tava di una mia consuetudine, era dovuta quella poca chiarezza. 
Il senso di quell'annotazione di ordine psicologico è più o meno il seguente: che quando si cerca in un fatto il «segno» di qualcosa che potrà o non potrà avvenire, un presagio insomma, è come si consultassero le viscere degli animali, o di fanciulli immolati dalla crudeltà d'imperatori, oppure il volo degli uccelli; mostrando, fuori di ogni appello al naturalismo della morale, in questo modo, quale sia la reale forza della ra­gione nei confronti della «educazione», ovvero di tutto ciò che alla ra­gione tende a sottrarsi, per comodità della vita.
Ci si aggira insomma in un campo, suggestivo, ove tutto alla fine appare sospettabile di non essere il vero ma l'utile, nel quale è come si avesse cura di coltivare solo le superstizioni, i pregiudizi (tutto essendo in qualche modo riconoscibile come un pregiudizio), nel quale l'idola­tria, il fanatismo sbocciassero come immagini con molti colori. 

L'ANIMA E LA MACCHINA (Su Cartesio e la "sua" epoca) - Versione riveduta, primi paragrafi




§ 1.- Cartesio per me è significativo, nel mondo e storia della filosofia, per avere dato alle macchine, avendone constatata la effettiva possibile autonomia nel funzionamento e certa complessità e variabilità nella organizzazione, la dignità di oggetto del pensiero.
Ovvero io ritengo che attraverso Cartesio la filosofia abbia contribuito efficacemente a riconoscere alle macchine, certo non meno che storicamente, quella dignità che a esse era mancata per lunghis­sima umana tradizione. Che mancava ad esempio nella opinione di un Archimede, per il quale la tecnica non era una nobile occupazione (il che comunque non vale a escludere che la filosofia se ne occupasse e se ne occupi); o in generale di quanti, nelle varie epoche, avessero ritenuto la natura non imitabile (mediante l’artificio), o considerato le macchine - e gli strumenti della tecnica in generale -, atte semplicemente ad opere servili, o ai divertimenti.
Cultura questa, della distinzione e gerarchia fra arti liberali (nobili) e arti meccaniche (servili), che è stata consacrata scolasticamente - come si sa - dal medioevo; ma che non può ritenersi, sic et simpliciter, cultura medievale, ché si è trascinata anche successivamente, nei preconcetti.

martedì 3 giugno 2014

Il museo degli incidenti



Paul Virilio, urbanista e filosofo francese, aveva pensato, alcuni anni fa, che accanto a un museo della scienza e della tecnica vi fosse posto anche per un cosiddetto museo degli incidenti
E così, nel 2002, come a corredo di un suo scritto di allora, L’incidente del futuro, e sotto la sua regia, artisti di ogni parte del mondo avevano fornito per quella mostra singolare ciascuno la sua personale rappresentazione dell’incidente.
Paul Virilio
Inevitabile che tra gli episodi più raffigurati vi fosse l’orribile strage dell’11 settembre; ma non era il solo profilo dell’effetto criminale voluto la questione e invece, pur restando il principio inalterato, quanto sul fallimento dell’uso ordinario dei mezzi tecnici incidesse qualcosa che non era attribuibile alla volontà e alla consapevolezza. A quel tempo i segnali provenienti dalle compagnie assicurative parlavano chiaro: nell’utilizzo delle macchine gli incidenti ne avevano superato l’effettivo funzionamento, e con riferimento a ciò si poteva costruire il pensiero che la rincorsa alla innovazione come tale equivalesse a un uso abnorme della tecnologia. 
Si era già al riflusso?

lunedì 2 giugno 2014

L’abbandono



Il grande conflitto - autore Bert Hellinger, psicoterapeuta sistemico tedesco - è uno di quei testi, direi di onesto empirismo, nei quali si riportano i risultati di corsi ed esperienze terapeutiche; dunque uno di quei libri che chiedono al lettore di saper vedere nel materiale documentato per cogliervi - per quella che è nel nostro caso l’esegesi storica mediante l’interrogazione del rapporto fra psiche e realtà - significati di atti, fatti e cose, che appartengano al “non-ancora-pensato”.
Perché mi occupo di questo libro, capitatomi fra le mani per consiglio di un amico, non italiano (e faccio qui riferimento a una edizione milanese del 2006)? Forse anche perché l’amico non è italiano; e comunque perché mi ha dato modo di soffermarmi, senza dover rinunciare al mio scetticismo nei confronti delle scienze della psiche (e anzi rafforzandolo), su angoli e risvolti inquietanti, fortemente ombrosi, della mente umana, laddove la soluzione terapeutica pur efficace non sembra in grado di estirpare dall’animo e dal comportamento conflitti e distruttività. 
Qui, segnatamente, vorrei intrattenermi su alcune pagine del capitolo (il quarto) che l’autore dedica al rapporto fra ebrei e tedeschi, laddove attraverso tale rapporto si esamina brevemente quello, di psicologia religiosa, fra ebrei e cristiani.
A tale riguardo due aspetti mi hanno incuriosito: innanzi tutto il fatto incredibile (ma perché pensato fuori di certa ovvietà) che gli ebrei abbiano potuto riversare nel rapporto (successivo) con i palestinesi quanto sofferto (precedentemente) ad opera dei tedeschi: forse è lecito, solo perché accade, che altri comunque patisca per opera mia, ché io e meglio qualcuno al mio posto ha patito, sino alla cancellazione della dignità umana. Ma questo aspetto, comunque inquietante, può essere spiegato da un altro profilo, che insiste sul rapporto più ampio (ma collegato) fra il Dio dei cristiani e il Dio degli ebrei. 
Si muove da un episodio, riferito dal noto scrittore ebreo Elie Diesel: in occasione della impiccagione di un bambino in un campo di concentramento tedesco, cui tutti gli internati come sempre accadeva erano stati costretti ad assistere, qualcuno chiese: “dov’è Dio, in tutto questo?” E la risposta di Diesel è/fu la seguente: “è lì, appeso”; come dire: “sei cieco, non lo vedi?” Ma le cose evidentemente per una frase così ad effetto non dovevano essere molto chiare. 

venerdì 2 maggio 2014

Il teorema delle stelle (ovvero l'esistenzialismo degl'"innocenti")



Tanto più è attuale il personalismo, nella generale decadenza della filosofia, tanto più esso si riforma, pur dichiarato morto o superato, quanto più lo sono, attuali, la massificazione, l’insicurezza, la vita come esperienza di rischio, la paura. 
Ovvero il suo messaggio si è dimostrato in grado di evolvere e/o trasformarsi, in presenza così di una malattia incurabile come di una guerra, come di un terremoto, o di un regime politico-economico che abbia in progetto - democrazia o non - di perseguitare i liberi e gli umili, o di massificare. A prescindere dal tempo; ma in presenza dei nemici dell’uomo, che sono così l'imprevedibile, come l'altro uomo, nascosto nell'ombra dell'altro; come la folla che sbanda o quella che assiste a un concerto rock, o che comunque plaude contenta e complice, quanto ogni forma di omologazione finanche “libera”, dettata dalla tecnologia incessante, ossessiva della novità, quanto il vecchio esercito, di cui parlava Freud, ecc. E laddove si possa dire che la sua forza non stia nella contrapposizione a una teoria precisa ma nella persona vivente e nel suo coraggio. 
Abbastanza chiaro può risultarne quindi il noto enunciato di Paul Ricoeur, secondo cui «Muore il personalismo, ritorna la persona» (Esprit, I, 1983, p. 113); quasi a lasciare intendere che se si annienta l'uno non si annienta l'altra - e beninteso anche viceversa. E più radicalmente avrebbe potuto dire Mounier: la persona non si definisce ma si vive. Mettendo sempre dinanzi alla filosofia uno stato d'animo in più, nel coinvolgimento nei fatti. 

venerdì 1 novembre 2013

La storia come progressi dello spirito umano: c'era una volta... (a proposito di uno scritto di Condorcet)






I CARATTERI DELLA SPIRITUALITÀ
Jean-Antoine Caritat, marchese di Condorcet



Io ho nella mente, sempre, l’effetto di postulato dello scritto di Condorcet (matematico, economista, filosofo), Esquisse d'un tableau historique des progrès de l'esprit humaine. Mi viene spontaneo descrivere quello che considero in fondo un racconto attraverso la formulazione di due principi, o assiomi: che se vi sono stati progressi dello spirito umano allora vi è stata storia; e prima ancora: che il fatto è progresso. 
Alla storia, al racconto, senza codesti principi, verrebbero come a mancare le ragioni e i presupposti. Oppure sarebbe dato campo libero alla fantasia, al costrutto poetico, figurandosi ancora uno gnomo, o un cavallo che raccontano dell'uomo, scomparso dalla faccia della Terra, in un clima di dopo-storia e anche un po’ leopardianamente; per non parlare del puro e semplice ridire della eclisse del sistema spirituale hegeliano (senza tenere conto del suo valore, storico-obiettivo), le riflessioni di A. Kojève e di chi ne ha tratto alimento attribuendo l'unica autorità, in fatto di teoria dello spirito, al filosofo tedesco. E ora dunque mi domando con riferimento al sette-ottocento: prima i francesi forse che i tedeschi, quali eccellenti sistematori? 

sabato 7 settembre 2013

Letteratura e storia




I “Mille”



Giuseppe Cesare Abba, scrittore ottocentesco e meglio risorgimentale, insegnante, infine senatore del Regno, avendovi preso parte quale patriota, ha posto la propria impronta letteraria (in Da Quarto al Volturno) sulla famosa impresa dei Mille, che nella sua prima fase salpò dalla costa ligure e giunse a Marsala nel maggio del 1860.
Lo ha fatto da cronista appassionato, romantico, con una sequenza diaristica di brani alcuni dei quali di radicale intensità, come quello del pastore del feudo di Rampagallo che dopo avere atteso per via il passaggio dei volontari prima della battaglia di Calatafimi, ad essi affidò - non prima di avere esortato il comandante Carini a puntare decisamente su Palermo -, allontanandolo da sé e spingendolo come verso un precettore, il figlio quindicenne, prendendo poi in lacrime la strada di ritorno verso la sua povera abitazione. Un gesto forse sorprendente perché umano, assai umano; e direi singolarmente razionale, morale, prima ancora che storico.
Quella eroica, spregiudicata impresa, che consisté, per chi vi prese parte, anche in un immergersi nel quotidiano e nel sociale del profondo Sud, fu vissuta dai suoi artefici nella luce di Curtatone e Montanara, di Sapri, del fantasma di Pisacane: vi sono stati insomma giovani, nella nostra storia, che per amore della libertà, nell’idoleggiamento di Garibaldi (il “Dittatore”, il “Generale”, il “Washington d’Italia”, insomma essenzialmente un mito) e nell’ammirazione per i Bixio, i Taddei o altri comandanti, furono capaci di non distinguere - forse perché i giovani come si usa dire si credono immortali - fra la vita e la morte.
Ma dissolte per così dire le nebbie letterarie, pur preziose per il contributo testimoniale, e tolte le passioni, resta il fatto, per ciò che dalla narrazione emerge, che a dare primo e decisivo impulso a quell’impresa furono soprattutto patrioti del Nord, provenienti da Lombardia, Piemonte e Liguria (ad esempio i “carabinieri genovesi”): alla partenza da Quarto i siciliani, gruppo di valorosi, si potevano contare in numero non superiore ai venti.