Il valore del motto esse est percipi, del vescovo irlandese George Berkeley - per cui nulla esiste al di fuori della nostra percezione -, distolto da certa interpretazione ontologista e ancora libresca, lo si nota oggi innanzi tutto nell’ambito della cultura delle macchine e dei sistemi, e cioè nell'èra elettronica; se si pensa che tale cultura per essere necessariamente collegata alla cultura biologica e a quella psicologica, è anche «cultura della percezione», interfacing, ovvero alla cultura del costituirsi fondante della percezione; se si pensa alla cosiddetta «unità percettiva», nella quale il tema è il rapporto fra un «materiale» ed un «immateriale» ed in ciò fra «reale» e «virtuale», negli sviluppi della tecnica e scienza dell’informazione. Il tutto, ovviamente, ritenendo non proprio paradossalmente l'uomo come l'ente più somigliante alle macchine e alla loro natura artificiale.
domenica 30 giugno 2013
domenica 5 maggio 2013
Memoria storica, memoria digitale
Tale è il tempo, vacillante non da oggi, sino a rischio d’inesistenza, sotto i colpi ad esso
inferti dalla fisica e dalla filosofia, quanto
ci è consentito distinguere, con riferimento alla teoria della memoria, fra
memoria storica e memoria digitale.
La seconda si addice propriamente alla nostra epoca, di comunicazioni "in rete"; la prima nasce in modo critico con l’umanismo storico; essa anche però non è riducibile all’umanismo ma si aggira nel traditur della mente personale o di quella popolare; è cioè sia scritta e documentata sia parlata.
La seconda si addice propriamente alla nostra epoca, di comunicazioni "in rete"; la prima nasce in modo critico con l’umanismo storico; essa anche però non è riducibile all’umanismo ma si aggira nel traditur della mente personale o di quella popolare; è cioè sia scritta e documentata sia parlata.
La teoria della memoria è antica e origina dalla
filosofia greca, allorquando questa trae da certo misticismo o spirito
religioso determinati contenuti. L’importanza della questione viene in risalto
con i presocratici, secondo i quali: «niente maggiormente importa per la
scienza, l’esperienza e l’intendimento, della capacità di memorizzare»[1].
martedì 30 aprile 2013
Sulla "fine" della storia
| Georges Bataille |
Il libro, curato da Maurizio Ciampa e Fabrizio Di Stefano, trae spunto
sostanzialmente dal corso sulla Fenomenologia dello spirito che
Alexandre Kojève (o Kojèvnikov, come egli si firmava nelle sue prime recensioni
sulle Recherches Philosophiques), giunto poco più che trentenne a
Parigi, tenne in questa città fra il 1933 e il 1939. La questione della “fine
della storia”, da lui allora sollevata, occupa essenzialmente, fra quelli
raccolti nel volumetto, gli scritti di Georges Bataille; il breve saggio di
Eric Weil ha per oggetto la “morale” di Hegel, quello di Bataille-Queneau (che
risale al 1932) la dialettica della natura di Engels, mentre le riflessioni di
Jean Wahl rimandano sostanzialmente al tema che infuocò, nella prima metà
dell’Ottocento, le giovani menti della “sinistra hegeliana” (penso a Bauer,
Stirner e Feuerbach), cioè il rapporto tra la filosofia hegeliana e il
cristianesimo.
Tre saggi sul destino dell'uomo
Aveva inizio così, per mano del prof. Valitutti, maestro indimenticabile
di libertà e crocianesimo, il mio esordio, per così dire, in letteratura. Erano
anni in cui la fine di qualcosa era celebrata come l’aurora di altro, nella
coscienza di una età di mezzo, di non so quale durata… *
1. La fine della modernità
Nella Parigi degli anni ‘30, in un corso su Hegel tenuto presso la
celebre Ecole pratique des hautes études, e immortalato anche dalla presenza di intellettuali del calibro di Aron, Bataille, Breton, Lacan, Merleau-Ponty e Weil, Alexandre Kojève poneva
l’inquietante problema della “fine della storia”.
Nell’interpretare la Fenomenologia dello spirito secondo il
profilo della mortalità dell’uomo, egli metteva in risalto soprattutto il
valore della “negatività” come principio dell’azione, della libertà storica
dell’uomo nella lotta per il dominio della natura. Per “fine della storia” egli
intendeva appunto la conclusione di tale vicenda dello spirito.
Il problema si trova riproposto, sempre
con riferimento alla vecchia Europa, ma nello spirito dell’età postindustriale,
nell’ultimo lavoro di Gianni Vattimo, La fine della modernità[1], che raccoglie una serie d’interventi tenuti in occasione di conferenze,
convegni, seminari, e pubblicati in riviste o volumi miscellanei. In esso
l’autore si propone (tentativo che peraltro egli sa assai arduo), attraverso
una valorizzazione degli scritti tardi di Heidegger e del Nietzsche maturo, di
interpretare quella “fine” e nello stesso tempo di suggerire una prima
espressione filosofica del “postmoderno”.
Nel libro la parola “storia” esprime non
già il punto di osservazione critico-nostalgico della sua stessa fine, ma,
quasi fosse vista ab externo, l’idea che ha governato una stagione
del pensiero che sembra giunta al tramonto.
Nel suo contrasto con le nostre attuali
condizioni di esistenza (ben ritratte da Arnold Gehlen nella nozione di post-histoire),
nelle quali nulla (di nuovo) sembra (più) accadere in una sensazione generale
di atemporalità, la “modernità” è, per definitionem, ciò che
“conferisce portata ontologica alla storia”"[2].
Questa caratteristica trova riscontro nel
fatto che nell’ambito del “moderno”, il pensare, nel suo volgersi indietro per
ritrovare il fondamento autentico e per fare in questo modo opera di
rifondazione, avviene nei termini della novità, del progresso, del
“superamento” (Aufhebung dialettica, marxismo di Bloch e di Adorno,
ecc.).
Existentialisme … malgré lui (brevi riflessioni, anche sul personalismo filosofico)
Io traggo il mio piacere (o di che dire?) dalla paura del nulla; io e il nulla così è come ci spartissimo tutto, per una mia naturale tendenza al piacere e per non sapere personalmente che cosa sia davvero il nulla. E gli itinerari pensabili qui sono due: o io contrappongo al nulla il tutto e/o l’Uno, di divina istituzione o di plotiniana memoria, oppure io solo restando immerso in ciò che sento (e il mio sentire qui è recondito) e definisco come “nulla” proclamo il tutto ma come un quid che lo sostituisca.
Ciò mi accade però senza che io possa davvero identificarmi col nulla: posso decostruire, destrutturare; può accadermi soprattutto in periodi di difficoltà economiche e/o cattivi rapporti sociali e affettivi, che io a tratti non mi riconosca più in questa o quella cosa che faccio, che emergano nel disagio o a causa dell'età aspetti della personalità totalmente sorprendenti, che io poco prima ignoravo completamente; ma il nulla resta - se non si vuole incorrere ancora nella dialettica idealistica - quanto meno nella condizione del sentimento o dell’istinto, o della traducibilità in motto; in un buio irriducibile. E poiché posso sospettare che nemmeno il suicidio mi doni il nulla, resta da osservare quel sentire, o sentimento, per quello che se ne può cogliere con riferimento almeno al nostro tempo e meglio alla nostra contemporaneità. E io qui non trovo termine più generale ma indicativo della parola “morale”. Ovvero se non esiste il nulla allora esiste una sfera tematica generale che definiremo “morale”.
È un po’ questa - credo - la via esistenzialistica che mi sembra più di un filosofo o pensatore a noi coevo si trova o si è trovato a percorrere, e aggiungo subito senza nulla voler togliere all’esistenzialismo: malgrè lui, cioè senza volerlo, senza aver prima determinato itinerario o percorso.
giovedì 14 marzo 2013
La questione di realtà (quaestio de realitate)
(riferimenti tratti dall'e-book Crepuscolo dell'uomo di Gutenberg)
A un
certo punto McLuhan definisce la questione mediologica come la «strutturazione
gutenberghiana della realtà»[1].
L’autore cioè stabilisce un legame, un nesso, fra la realtà e il modo di
comunicare, ovvero forse più in generale: fra la realtà e la tecnica, in quanto
strumentale. (E io aggiungerei: realtà e percezione, ricordando Berkeley.)
È che
nel tramonto della cosiddetta print culture la rielaborazione della realtà - e la realtà che non è più una e si espande - assume
un ruolo rilevante.
Ovvero:
che le macchine non da oggi si lascino configurare e riconfigurare non è una
prova del loro banale assoggettamento all’uomo e invece di altro, la cui coscienza,
al di là delle parole, non è perfettamente tale.
domenica 3 marzo 2013
Preliminari per uno studio sulla "grammatologia"
Se
vado a cercare nella enciclopedia Encharta
il lemma «grammatologia», non trovo una definizione ma il rinvio generale a
«Derrida, Jacques». Se vado a cercare in modo ipertestuale sotto questo nome,
mi rendo conto della singolarità e personalità del primo lemma cercato, ovvero
della sua stretta connessione con il nome di un Autore.
Il
rinvio può essere ritenuto singolare, se si considera che del nostro lemma è
dato anche incontrare una definizione in senso linguistico: studio della resa
grafica dei fatti linguisitici. Il che significa: un che di diverso rispetto al
progetto di Derrida, teso a differenziare scrittura e linguaggio.
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