Caratteristica generale dell’industria e tecnica del trasporto e/o della
comunicazione - ma anche di quelle fotografica, cinematografica, televisiva,
informatica e telematica (ché in esse si hanno nascita ed evoluzione del
“doppio” del sé - forse un destino, destato dalla tecnica) - è quella
di abbattere i confini territoriali come fattore di cultura, ovvero di cambiare
il rapporto dell’uomo con la geografia vissuta, con il mondo-terra, con l’altro, con il
tempo. Non solo nel senso di vincere la distanza ideando e realizzando mezzi di
comunicazione vieppiù veloci e di facile utilizzo e invece anche di produrre per paradosso una cultura della
distanza. Qualcosa per cui la distanza, combattuta, dominata, regolata, s’impone - per un
principio d’ironia, un po’ come accade alla "ragione" di hegeliana memoria o agli “oggetti” di Baudrillard - e viene
introiettata. Ovvero per cui il sentimento della distanza diviene precondizione
per poter vincere la distanza materiale (spazio e tempo) e assumerne il
governo, riunendo così ciò che altrimenti dividerebbe soltanto.
Maggiore dunque sarà la potenza e velocità del mezzo di trasporto e/o di
comunicazione, maggiore la distanza fra un punto “A” - mettiamo Roma - e un
punto “B” - mettiamo Parigi -; maggiore sarà lo spazio da percorrere nel minor
tempo possibile, più forte nella progettazione e nella psicologia dell’uso in
generale sarà il senso e valore della distanza.
Ci si allontanerà sì insomma dal punto “A”, di partenza, lo si farà sì per
una volontà di espansione e di potenza (fu Napoleone che avendone intuita
l’importanza attuò la prima rete di comunicazione telegrafica organizzata) ma
al fine di avvicinare, ovvero così avvicinando. Allontanare dunque per
avvicinare, allontanarsi avvicinandosi, consapevoli di poterlo fare; laddove
l’avvicinamento sarà il prodotto finale e la distanza ora il presupposto necessario,
ora elemento costruttivo, ora il dato psicologico prevalente.
Caratteristica generale dell’industria e tecnica del trasporto e/o della
comunicazione - ma anche di quelle fotografica, cinematografica, televisiva,
informatica e telematica (ché in esse si hanno nascita ed evoluzione del
“doppio” del sé - forse un destino, destato dalla tecnica) - è quella
di abbattere i confini territoriali come fattore di cultura, ovvero di cambiare
il rapporto dell’uomo con la geografia vissuta, con il mondo-terra, con l’altro, con il
tempo. Non solo nel senso di vincere la distanza ideando e realizzando mezzi di
comunicazione vieppiù veloci e di facile utilizzo e invece anche di produrre per paradosso una cultura della
distanza. Qualcosa per cui la distanza, combattuta, dominata, regolata, s’impone - per un
principio d’ironia, un po’ come accade alla "ragione" di hegeliana memoria o agli “oggetti” di Baudrillard - e viene
introiettata. Ovvero per cui il sentimento della distanza diviene precondizione
per poter vincere la distanza materiale (spazio e tempo) e assumerne il
governo, riunendo così ciò che altrimenti dividerebbe soltanto.
Maggiore dunque sarà la potenza e velocità del mezzo di trasporto e/o di
comunicazione, maggiore la distanza fra un punto “A” - mettiamo Roma - e un
punto “B” - mettiamo Parigi -; maggiore sarà lo spazio da percorrere nel minor
tempo possibile, più forte nella progettazione e nella psicologia dell’uso in
generale sarà il senso e valore della distanza.
Ci si allontanerà sì insomma dal punto “A”, di partenza, lo si farà sì per
una volontà di espansione e di potenza (fu Napoleone che avendone intuita
l’importanza attuò la prima rete di comunicazione telegrafica organizzata) ma
al fine di avvicinare, ovvero così avvicinando. Allontanare dunque per
avvicinare, allontanarsi avvicinandosi, consapevoli di poterlo fare; laddove
l’avvicinamento sarà il prodotto finale e la distanza ora il presupposto necessario,
ora elemento costruttivo, ora il dato psicologico prevalente.